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Martedì 10 Luglio 2012 15:01
LA PSICOLOGIA DELL'OMERTA'


non vedo non sento non parloApprofondisco in questo articolo alcuni aspetti dell’argomento appena accennati in un post del forum di qualche mese fa. Cos’è l’omertà? E perché tale stereotipo è presente in alcune società mentre in altre non sembra nemmeno concepibile?
Il post faceva riferimento a una delirante forma di protesta avuta luogo in Sicilia, per una settimana, a gennaio 2012. Durante quei 7 assurdi giorni, alcune migliaia di camionisti, contadini e pescatori siciliani, agli ordini dei loro leader, hanno praticamente preso in ostaggio cinque milioni di altri siciliani, per protestare contro le politiche economiche del governo di Roma e di quello regionale di Palermo che, a loro dire, li penalizzavano. I blocchi stradali creati con camion e trattori hanno impedito l’ingresso, l’uscita e la circolazione interna di tutti i beni di consumo, interrompendo i collegamenti con la penisola, via terra e via mare. Anche la circolazione di cittadini in automobile è stata in molti casi ostacolata o ritardata negli spostamenti tra comuni limitrofi. Già dal secondo giorno di “protesta” i beni di prima necessità cominciavano a scarseggiare, la maggior parte dei distributori di benzina era rimasta a secco e quei pochi che avevano ancora delle scorte erano presidiati dalle forze dell’ordine a causa dei ripetuti episodi di violenza intercorsi tra comuni cittadini a caccia dell’ultimo litro disponibile. Adulti, miti padri di famiglia, persone normalmente definibili “tranquille” arrivarono a picchiarsi selvaggiamente per prevalere in tale scellerata competizione, inscenando loro malgrado la più misera delle guerre tra poveri. Le code fuori dai supermercati venivano organizzate in turni per via del razionamento delle scorte in rapida diminuzione, mentre numerosi episodi di furti di benzina da auto private con il sistema del “risucchio” venivano denunciati. Molti mezzi pubblici, tra i quali alcune autoambulanze, rimasero fermi o funzionarono a singhiozzo a causa dell’assenza di carburante. Assistevo esterrefatto, in presenza o davanti a uno schermo, a questo suicidio civico. Ma ciò che più mi lasciava incredulo erano le dichiarazioni delle persone in coda alle pompe di benzina o ai supermercati, tutte assolutamente d’accordo con le ragioni dei “manifestanti” (“hanno ragione a protestare” insisteva un anziano ometto, in coda da ore a una pompa di benzina con un bidoncino di plastica bianca in mano) anche se per colpa loro vedevano le proprie abitudini sconvolte. Mi sentivo umiliato per loro, faticavo a spiegarmi tale animalesca sottomissione. Cosa spingeva la gente, per la maggior parte intimamente in totale disaccordo con tale forma di protesta, a dichiarare invece pubblicamente l’esatto opposto? E cosa spinge i commercianti siciliani che pagano il pizzo alla mafia a dire pubblicamente che è giusto così, perché pagando il pizzo la mafia ti protegge (da lei stessa)? E gli esempi potrebbero continuare.
La dissonanza cognitiva è quella condizione che si crea quando non c’è coerenza tra i nostri pensieri e i nostri comportamenti. Essa può raggiungere livelli di intollerabilità tali da imporci di adeguare i primi ai secondi, altrimenti la discrasia tra questi due processi risulterebbe psichicamente destabilizzante. La saggezza popolare la chiama “fare buon viso a cattivo gioco”. I siciliani sono l’incarnazione di tale modo di dire. In pratica, piuttosto che adeguare il loro comportamento ai pensieri, quindi, in quel caso, protestare contro la protesta, hanno preferito, per diverse ragioni che espongo di seguito, reprimere qualunque pensiero che avrebbe potuto portarli a dissentire dall’idea in quel momento vista come dominante. Perché?
I siciliani sono di cultura araba. Essi, come gli arabi, non comprendono ancora pienamente il senso della democrazia, rimanendo legati allo stereotipo della tribù, cioè l’insieme di più clan, intesi come comunità circoscritte anticamente unite solo da relazioni di parentela e affinità, alle quali si sono nel tempo affiancate relazioni affaristico/clientelari che ne hanno gradualmente preso il posto. Il capoclan decide per tutti e chi non si adegua viene punito, e non mi riferisco solo alla mafia, che è l’organizzazione che più di tutte ha esplicitato tale meccanismo di appartenenza al gruppo. Ora ovviamente qualcuno starà pensando “ma in alcune nazioni arabe le elezioni ci sono, e anche in Sicilia!”. È vero, ma in quelle nazioni arabe dove hanno luogo, le elezioni politiche sono praticamente delle farse a uso mediatico, così come in Sicilia non c’è elezione che non registri denunce di schede di voto rubate poche ore prima dell’apertura dei seggi o presenza di galoppini dei capiclan dentro i seggi per svolgere funzioni di propaganda dell’ultima ora o vigilanza sulle azioni degli elettori. Qualunque siciliano in possesso di una tessera elettorale sa quanta pressione, al limite dello stalking, si possa ricevere sotto elezioni (qualunque elezione) dai galoppini dei capiclan locali, chiamati in gergo “capi-elettori”. E’ la cultura araba. Di cultura araba erano infatti diversi tra i popoli che nel corso della storia hanno dominato l’sola. Mai un millennio, mai un secolo di libertà, nel quale costruire una cultura autoctona o addirittura europea. Abituati a essere sottomessi al dominatore di turno, al punto di perdere la capacità di autodeterminarci, disabituati (o mai abituati) a fare da noi, senza l’elemosina del padrone, senza l’assistenzialismo delle istituzioni. Generazione dopo generazione, i siciliani hanno interiorizzato quella che gli psicologi chiamano impotenza appresa: io non so fare niente, quindi non devo fare niente, posso solo accontentarmi della beneficienza del mio padrone o del mio destino, che devo comunque ringraziare. Un istinto inculcato dalla storia a un intero popolo, che gli ha regalato la capacità quasi extrasensoriale di riconoscere immediatamente il dominatore, il padrone, il capoclan, a non contraddirlo, a non ribellarsi per non essere puniti, emarginati. Come in tutte le culture tribali, infatti, l’emarginazione può essere peggio della morte, è la morte sociale, il diventare “paria”, un intoccabile rifiuto umano. Ma l’emarginazione può essere anche l’anticamera della morte, ne sanno qualcosa tutti quei siciliani che, incapaci di fare buon viso a cattivo gioco (pochi, ma ci sono), sono stati prima isolati e poi uccisi. Assumere la forma e i colori del capoclan ci garantisce di essere da questo riconosciuti come “dei suoi”, quindi ci salvaguarda da eventuali punizioni e ci avvantaggia nel momento della distribuzione dei benefici. Con una tecnica complementare a quella dei camaleonti, che si mimetizzano con l'ambiente circostante per attaccare più facilmente le loro prede, i siciliani si mimetizzano con l'aggressore di turno per non esserne attaccati, segnalandosi come suoi simili, abituandosi a essere deboli con i più forti e forti con i più deboli, come quei bambini maltrattati dai genitori che una volta grandi si vendicano a spese dei figli. Il conformismo è dunque il primo strato dell’omertà, la base larga e profonda sulla quale poggiano gli altri due. Il conformismo all’idea dominante è proprio di tutti i siciliani, nessuno escluso. Su queste basi si innesta il secondo elemento dell’omertà, il servilismo, che riguarda non tutti ma la stragrande maggioranza dei siciliani, la cui funzione è aumentare la propria visibilità in vista del momento della distribuzione dei benefici e dal quale scaturisce spontaneamente il terzo e ultimo strato della cultura siciliana, la paura di denunciare l’aggressore, che riguarda una porzione ancora più piccola rispetto ai primi due elementi ma ancora la larghissima maggioranza dei siciliani. L’evanescente presenza dello Stato in Sicilia, unico latitante davvero introvabile, ha determinato nel popolino senza santi in paradiso la consapevolezza che in caso di aggressione l’aggredito non potrà ricorrere all’intervento di un potere terzo, al di sopra delle parti, che possa rendergli giustizia. La denuncia potrà solo causare l’ira del denunciato che, essendo anche l’aggressore, di solito più forte del denunciante-vittima, se ne vendicherà danneggiandolo ulteriormente. Ai tre elementi dell’omertà appena descritti si affianca in molti siciliani una ineluttabile indolenza, concretizzazione dell’impotenza appresa, che impedisce o sconsiglia loro qualunque cambiamento, rendendoli uno dei popoli più neofobici e statici del mondo. L’omertà è l’essenza della mentalità mafiosa, o mafiosità. La differenza tra mafia e mentalità mafiosa consiste nella violazione della legge. I mafiosi violano la legge, chi ha mentalità mafiosa, l’omertoso, magari non finirà mai in carcere, ma costituirà il substrato nel quale i mafiosi potranno continuare ad agire forti di una sostanziale assenza di contrasto popolare. “Infame” è il termine che tanto i mafiosi quanto gli omertosi usano per indicare chi parla, chi denuncia, “uomo d’onore” è quello usato invece per indicare chi non denuncia, esattamente il contrario di quanto accade nelle culture evolute. Uno dei sogni delle organizzazioni mafiose siciliane è da sempre, non a caso, la secessione della Sicilia dall’Italia, al fine di ridurre ulteriormente le possibilità di cambiamento culturale. Anche molte frange dei “manifestanti” di gennaio inneggiavano all’indipendenza della Sicilia (tra l’altro già ampiamente garantita dalla statuto regionale speciale di cui gode, pressoché totalmente sconosciuto dai suddetti manifestanti).
Le proteste di gennaio hanno causato secondo confindustria Sicilia circa 500 milioni di euro di danni all’economia locale, peggiorando sensibilmente le condizioni di un territorio già significativamente arretrato rispetto al resto della nazione, nonché le opportunità di lavoro per gli stessi, miopi autori delle manifestazioni. Su questo punto mi sorge spontaneo un interrogativo: perché le istituzioni fanno respingere dalle forze dell’ordine i pastori sardi quando vanno a protestare a Roma avanzando richieste praticamente identiche a quelle dei manifestanti siciliani di gennaio, e lo stesso fanno se gli abitanti della Val di Susa protestano contro il TAV, e ti mandano i carabinieri a casa se rompi la finestra di un edificio pubblico, mentre se organizzi in Sicilia una protesta che causa 500 milioni di danni all’economia, quindi anche alle casse pubbliche, oltre a disagi da paese in guerra, nessuno ti fa nemmeno una multa? L’interrogativo diventa ancora più inquietante se si pensa che tutti sapevano esattamente cosa sarebbe accaduto. Una protesta-fotocopia ebbe infatti luogo in Sicilia già nel 2000, con conseguenze pressoché identiche. Nessuno poteva dunque dire di non immaginare, nessuno era impreparato. Perché allora le forze dell’ordine hanno di nuovo concesso ai manifestanti le autorizzazioni per i blocchi stradali? Temo che le risposte si trovino in quanto scritto prima sull’istinto di riconoscimento immediato dell’idea dominante, che in Sicilia non è solo dei singoli cittadini, ma anche di larga parte delle istituzioni. Istituzioni che, com’è accaduto in molti casi durante i fatti di gennaio, hanno inviato loro rappresentanti presso i blocchi stradali a solidarizzare ufficialmente con le ragioni di chi stava creando seri problemi di ordine pubblico, lo stesso ordine che erano invece tenute a tutelare. Come per la prima protesta del 2000, ovviamente anche dopo quella del 2012 nessuna delle richieste più importanti dei manifestanti è stata accolta né dal governo nazionale né da quello regionale. Mentre persistono diverse opinioni su quali siano i più efficaci indicatori della presenza di intelligenza negli esseri umani, tutti i cognitivisti sono d’accordo sul fatto che l’assenza della capacità di apprendere dall’esperienza è un sicuro indicatore di capacità mentali al di sotto della media. Con ogni probabilità in Sicilia avranno quindi luogo altre proteste uguali in un prossimo futuro, con identiche premesse e identiche conseguenze. Se qualcuno non comprende perché era ovvio che il governo ignorasse le richieste dei manifestanti, può consultare le voci “condizionamento classico” (quello dei cani di Pavlov) e “comportamentismo” su wikipedia. Alcuni tra gli organizzatori della protesta erano soggetti in passato vicini o vicinissimi a questo o quel partito politico, prevalentemente di destra o di estrema destra,  gli stessi partiti contro i quali sostenevano di aver organizzato i blocchi, gli stessi partiti i cui esponenti istituzionali, asserragliati nelle loro roccaforti foderate di privilegi da sceicchi (arabi, appunto), hanno meno risentito della protesta stessa. Essi sono stati abbastanza furbi da intercettare il reale disagio di alcune categorie lavorative siciliane e da cavalcarlo per i propri progetti politici e per una malcelata simpatia per le luci della ribalta. Circolano in questi giorni insistenti voci su una lista legata al movimento pronta a candidarsi alle prossime elezioni per il governo della regione, come del resto è già accaduto per le recenti elezioni amministrative per il comune di Palermo, con risultati prevedibilmente irrilevanti. È indispensabile ricordare,  per altro, che il suddetto disagio si inquadra in una più ampia condizione socio-economica da sempre scientemente tenuta in coma farmacologico dagli amministratori locali con il tacito benestare dei loro leader nazionali, di qualunque colore politico fossero, ulteriormente esasperata dall’acuirsi negli ultimi anni della ormai pluridecennale “crisi” economica che attraversa anche il resto del Paese. Più elementari e comprensibili, anche se non giustificabili, le motivazioni che hanno spinto i “manifestanti” ad attaccare i loro corregionali. Incolti e frustrati, i clienti ideali di spacciatori di illusioni e imbonitori d’accatto, sostanzialmente un estratto concentrato del grosso degli italiani, erano persone, molti padri di famiglia, in condizioni di disagio economico reali, normalmente abituate a sentirsi cittadini di serie B a causa dei loro stessi mestieri, considerati umili, di fatica. Oltre a essere abbagliati dal miraggio (che rimarrà tale) di un miglioramento della propria condizione generale, la maggior parte di essi era anche esaltata, in alcuni casi al limite di un’euforia di stampo squadristico, dall’idea di essere loro, per una volta, quelli che comandano, i capiclan. Il potere è la più assuefacente droga esistente in natura, infatti, come nella prima protesta del 2000, anche in questo caso una consistente parte dei manifestanti avrebbe voluto protrarre i blocchi stradali oltre il termine fissato, anche quando era ormai chiaro che nulla avrebbero ottenuto, per il solo gusto di continuare a comandare e nella malinconica consapevolezza che per replicare quella sensazione avrebbero dovuto attendere forse altri dodici anni. Sembrava di assistere a una versione su scala popolare dell’esperimento del carcere di Zimbardo.  L’altra domanda, forse la più importante, che mi sono posto osservando i fatti di gennaio, riguarda comunque proprio i siciliani che non partecipavano alla protesta, che hanno sopportato pazientemente che i disagi terminassero e che non hanno nemmeno difeso pubblicamente le ragioni dei manifestanti: se siamo disposti a lasciarci sottomettere da camionisti e contadini, come possiamo anche solo pensare di sconfiggere un’organizzazione infinitamente più potente come la mafia?
Uno dei falsi giornalistici più grossi del secolo è infatti quello relativo al presunto depotenziamento della mafia in seguito agli arresti di alcuni boss latitanti di alta caratura e alla sospensione di attentati dinamitardi con annesso sventramento di autostrade. Ciò che i giornalisti ignorano, o non dicono, è che per ogni boss mafioso arrestato ce n’è uno o più di uno pronto a prenderne il posto, come regolarmente avviene. Inoltre, anche se tutti i boss e tutti i manovali della mafia fossero arrestati e condannati in modo da non tornare più in circolazione, non sarebbe la soluzione del problema. Il problema sarà infatti risolto esclusivamente quando cambierà la mentalità mafiosa, quando, cioè, sarà sconfitta l’omertà.
Ma si può sconfiggere l’omertà? Se consideriamo l’omertà un problema, la risposta è ovviamente sì, poiché se esiste il problema esiste anche la soluzione, bisogna solo individuarla e applicarla. L’individuazione della soluzione, per ciò che riguarda il cambiamento culturale, è alquanto facile. Si tratta sostanzialmente di un processo ben noto ai sociologi e agli antropologi: l’acculturazione. Esso consiste nell’importare nella cultura omertosa elementi a essa estranei e affidare loro ruoli decisionali, soprattutto in ambito educativo, sociale (compreso il versante religioso, particolarmente ambiguo in Sicilia) e di ordine pubblico. Un secondo processo, una sorta di evoluzione raffinata del primo, consiste in quella che potremmo chiamare acculturazione di ritorno, richiamare, cioè, elementi provenienti dalla cultura omertosa, vissuti per lunghi periodi presso culture non omertose e completamente integrati in esse, e affidare loro i ruoli di cui sopra. Essendo la Sicilia un’isola, avendo quindi una mentalità fondamentalmente chiusa nonostante l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, importare elementi non omertosi ma riconoscibili come originari dell’isola sarebbe probabilmente una soluzione più facilmente digeribile per i nativi. Una forma di acculturazione di ritorno molto più economica consisterebbe “nell’usare” in tal senso quei siciliani cui accennavo prima, resilienti, incapaci, cioè, nonostante l’ambiente nel quale nascono e crescono, di fare buon viso a cattivo gioco, peccato che finora, di solito, tali elementi siano stati sistematicamente isolati, costretti ad andarsene o uccisi, e non sempre in quest’ordine. Un terzo metodo riguarda l’uso della lingua. La lingua è il principale mezzo di trasmissione di una cultura. Non ci si integra in una cultura se non se ne comprende la lingua, e viceversa. Tutti i siciliani che hanno sempre vissuto nell’isola, anche quelli colti, non parlano italiano, ma una traduzione letterale del dialetto siciliano, che ha una grammatica diversa da quella italiana. L’effetto è quindi simile a quello che si ottiene immettendo una frase in italiano in uno dei tanti traduttori automatici in inglese che si trovano in internet. La frase risulta sì tradotta, ma completamente decontestualizzata e solo parzialmente comprensibile da un madrelingua. Sarebbe dunque opportuno obbligare tutti i bambini siciliani ad apprendere l’italiano prima del dialetto o di quello pseudoitaliano ora citato, come avviene invece normalmente. La stessa cosa si dovrebbe poi fare con una lingua straniera.
Non è un caso che tra la manovalanza della mafia ai bambini venga insegnato a esprimersi esclusivamente in dialetto, affidando alla televisione prima e alla scuola dell’obbligo poi la successiva infarinatura di pseudoItaliano che si porteranno dietro per il resto della vita. Un quarto e, forse, più utile metodo, riguarda la possibilità di creare appositamente le risorse per un’acculturazione di ritorno di massa. Offrire cioè la possibilità ad adolescenti e giovani di trascorrere un periodo, al meno un anno, immersi in una cultura diversa da quella omertosa, studiando e/o lavorando. Ogni anno la Sicilia è inondata da fiumi di denaro provenienti dalla comunità europea, in larga parte utilizzati per corsi di formazione professionale che preparano migliaia di persone a occupare posti di lavoro inesistenti, o non utilizzati affatto, tanto quanto basterebbe per finanziare un progetto di acculturazione di ritorno che nel giro di qualche decennio potrebbe determinare un cambiamento radicale della cultura siciliana, avvicinandola realmente all’Italia e all’Europa, ma forse questo è proprio ciò che non si vuole. Il ponte sullo stretto di Messina, in ultimo, se mai i lavori cominciassero, se l’impatto ambientale non fosse sconvolgente e se i rischi di non vederne mai la fine nonché di infiltrazioni mafiose non fossero altissimi, costituirebbe un’altra utile opportunità per il processo di acculturazione di cui parlavo.
Probabilmente qualcuno, a questo punto, si starà chiedendo come mai un siciliano scrive queste cose sui suoi corregionali e sul luogo in cui vive. Questo articolo, in realtà, è anche un test d’intelligenza. Esso aiuta chi lo legge ad autoclassificare le proprie capacità mentali in base a tre categorie: a) quelli che hanno capito e non hanno quindi bisogno di ulteriori spiegazioni né aggettivi; b) quelli che convengono su alcuni punti ma si stanno chiedendo, per esempio, se anche l’autore dell’articolo sia omertoso, oppure come si spiega il comportamento di quei siciliani che non hanno paura di denunciare al punto da farsi ammazzare, appartengono alla categoria dei “mediamente intelligenti”; c) quelli che hanno capito solo che tutti i siciliani sono irrimediabilmente mafiosi, come per la prima categoria non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni né aggettivi, ma per ragioni opposte.

Dr. Enzo Artale

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Commenti   

 
0 # Enzo Artale 2013-12-11 15:27
Come ri-volevasi ri-dimostrare, lo stanno facendo di nuovo, questa volta anche in altre regioni. Ancora una volta le istituzioni li ignoreranno, limitandosi a tutelare i propri privilegi difendendo con le forze dell'ordine le proprie roccaforti. Lo rifaranno in un futuro prossimo.
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+1 # Massimo D Angeli 2013-11-30 22:28
Enzo tu non hai mai lavorato nella pubblica amministrazione, ne sono certo. Sono uno psicologo di Roma.
Nella PA l'omertà è spinta al massimo; non conosco direttamente la cultura siciliana, posso concordare che ci sia un fattore culturale-regionale, ma poiché l'esperienza della PA l'ho fatta in uniforme per 31 anni, ti garantisco che non solo l'omertà è la base, ma a riguardo c'è un immane tabù che impedisce a chiunque di parlarne.
Omertà, corruzione, nepotismo, familismo, degrado sociale estremo, mobbing, vessazioni, violenze psicologiche, aggressioni, stalking, minacce, insomma tutto quanto non è aggressione fisica nella PA viene fatto.
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+2 # Enzo Artale 2012-07-17 13:47
Come volevasi dimostrare, neanche il tempo di pubblicare questo articolo che hanno ripreso a bloccare i traghetti provenienti dalla Calabria, e sempre come volevasi dimostrare, totalmente inascoltati dalle istituzioni.
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